Da: Peppe Cortese Oggetto: Il cibo attraverso i secoli Data: mercoledì 24 giugno 1998 17.56 Una coproduzione Peppe-Andrea-CarloIV Il cibo attraverso i secoli... ... a parte la scontata conclusione che marcisce, ed anche a metterlo nel frigorifero non e' che si mantenga poi tanto bene... passiamo ad una analisi gastronomica della storia del mondo. Pensando al passato remoto ed al presente imperfetto ci sovviene che l'uomo discende dalla scimmia, anche se mi e' francamente difficile pensare cosa ci fosse andato a fare, sopra la scimmia. Questa particolarita', che gli etologi, gli antropologi, i paleontologi, i filosofi e gli alcolisti hanno ampiamente dimostrata e' forse la questione piu' importante da considerare quando si parla di cibo attraverso i secoli. E' praticamente impossibile che a questo punto non venga in mente a tutti la scena di 2001 Odissea nello spazio in cui le scimmie lanciano in aria l'osso spolpato... Per evitare di essere scambiati davvero per alcolisti, proviamo a ricominciare... "In principio fu' la mela..." - Come incipit (certo che questa parola mi piace, eh ? Ma da qualche parte bisogna pure cominciare, come disse quello che si accingeva a trombare Claudia Koll) ci sembra storicamente appropriato, ma abbastanza poco indicato visti gli effetti catastrofici del primo assaggio. La mela e' uno dei cibi piu' disprezzati. Basti pensare che le volgarissime "chiappe" in alcuni luoghi vengono appunto dette "mele". Un proverbio afferma testualmente che un delinquente e' null'altro che una "mela marcia". Inoltre i semini sembra siano abbastanza velenosi se mangiati in grosse quantita' (circa 15-20 chili, non vi preoccupate... Come diceva qualcuno, anche l'acqua puo' essere pericolosa se te ne bevi 50 litri). L'unico elemento a loro discolpa e' che con le mele si produce il sidro, le torte di mele e qualche altra ghiottoneria dello stesso genere. Ma facciamo un salto in avanti nel tempo. Gli Ebrei attraversano il deserto, ad un certo punto rimangono senza cibo. Ok essere il popolo eletto (da chi, poi ? Uno, o anche un popolo, che si autoelegge ha diritto alla carica ?), pero' certo che andare a farsi un viaggetto di diverse settimane nel deserto e non programmare accuratamente la quantita' di vivande da portarsi dietro piu' che da popolo eletto mi sembra un'azione da bischeri. Fatto sta' che il Gran Dio che a tutto pensa ed a tutto provvede (anche a fornire le merendine ai suoi figlioletti piu' distratti), zot, e manda loro La Manna dal cielo (invece di fulminarli subito e risparmiare tanti conflitti successivi). Ora, ancora si discute di che cosa si trattasse esattamente: Potrebbe essersi trattato di Carmelo La Manna, noto ristoratore palermitano, sembra addirittura l'inventore delle "Sarde a pappafico", che avrebbe sfamato gli itineranti ebrei con un pasto a base di specialita' siciliane. Potrebbe anche essersi trattato di un assortimento di cispie agli occhi, che sebbene schifose sembra siano commestibili. Tale teoria ha un supporto linguistico, visto che in vari dialetti meridionali "manna" vuol dire appunto "cispia". Se tale supporto sia vero o falso, non si sa', rimane comunque interessante constatare come cio' darebbe una possibile spiegazione della futura miopia storica degli ebrei (con gli occhi incispiati non avrebbero visto tanto bene nel passato...). Per la par condicio, ci rechiamo immediatamente nel mondo arabo. E quando si pensa al mondo arabo ed alla sua cucina, una parola viene subito in mente: "Cuscus" (o Couscous o come altro lo volete chiamare). La creazione di tale vivanda risale ad una visita del tenente Lafayette, francese di Francia, ma di stazione presso la Legione Straniera nel deserto algerino, ad un suo amico arabo. In tale occasione infatti, l'amico arabo di Lafayette si trovo' preso di sorpresa, e non avendo particolarmente a cuore l'appetito del francese, invento' e gli cucino' a vapore un piatto con quanto di piu' economico si ritrovasse in casa, cioe' farina di semolino e stufato di montone. Lafayette, che aveva una fame da muflone sardo (mai mangiato in un forte della Legione Straniera ?!? Ah, ecco perche' ridete...), si avvento' sulla pentola quando questa comincio' ad esalare uno stuzzicante profumino, e chiese, con gli occhi umidi dall'emozione (o sara' stata fame pregressa ?!?!), all' amico arabo: "Quoi c'est ce ?" (piccola parentesi: tale domanda sara' anche scritta male e sgrammaticata, ma dovete ricordarvi che Lafayette era una vita che stava nel deserto, ed ormai il francese se l'era quasi scordato, comunque la cosa piu' importante e' quello che capi' il suo amico arabo, visto che la pronuncia e': Cheschesse' ? Piu' o meno, per l'amor di Dio, non vorremmo offendere a morte i puristi...). L'amico arabo era ancora rincoglionito dai bagordi della notte prima (c'era un harem in liquidazione e non si era fatto sfuggire l'occasione di farsi un abbondante giro di prova prima di acquistarlo), e pertanto si lascio' sfuggire il punto interrogativo alla fine della frase, credendo si trattasse di una affermazione. Intimorito dalla fama di grandi gourmet dei francesi, non contraddisse l'amico, limitandosi ad un laconico "Oui...", dando per scontato che "Couscous" (come senti' lui la pronuncia di Lafayette. Si sa' infatti, io lo so' da poche settimane, cioe' da quando Ammo Stefo l'ha spiegato su ihu, che gli algerini hanno una pronuncia araba piuttosto strana, e di conseguenza recepiscono il francese in modo erratico) fosse il nome della vivanda in francese. Quando Lafayette torno' al forte narro' quanto fosse buono il piatto che gli aveva preparato l'amico, e cosi' inizio un flusso regolare di legionari che andavano a visitare l'amico di Lafayette, per scroccare un piatto di Couscous. L'arabo fece fortuna facendo pagare un prezzo simbolico ai legionari per ogni piattata di cibo, ed in seguito emigro' in Francia, dove introdusse definitivamente tale ricetta nella cultura locale delle banlieu parigine, pullulanti di algerini (si ringrazia Daniel Pennac per l'affitto della parola banlieu e degli algerini. Come dite ? Non l'ha inventata lui ? Non erano suoi ? Ma chi se ne frega...). Ma andiamo a guardare gli scheletri nel nostro armadio. Gli armadi italiani, come e' arcinotorio, traboccano di spaghetti. Per associazione di idee, i vispi ihuisti avranno gia' afferrato... Certo, come no, Marco Polo. Il nostro bravo giovanottone veneziano (che da pensionato si dedico' all'industria dell'abbigliamento, sfondando in Scandinavia con la griffe Marc O'Polo) aveva una sola passione: quando si dice il destino in un nome... voleva fare l'esploratore polare, arrivare perlomeno al Polo Nord. Cosi' un bel giorno attrezzo' la sua enorme gondola d'altura e parti' via mare. Attraverso' l'Adriatico, usci' dal Mediterraneo, circumnavigo' l'Africa (incrocio' Cook dalle parti del Capo di Buona Speranza e Cook, grande gastronomo, anche lui il destino in un nome, gli disse che in Cina si mangiava da Dio, anche se la frase originale era: Nel Catai si mangia da Buddha), risali' l'Africa orientale, costeggio' l'Arabia e l'India, giro' attorno al Siam, si riverso' nel Mar della Cina, ma inavvertitamente continuo' il suo viaggio (la gondola aveva un' inerzia mostruosa), e pertanto arrivo' alle Isole Aleutine. Notando che la strada verso il Polo gli era cosi' sbarrata, prosegui' imperterrito (o impermarito ?) lungo la costa pacifica dell'America, risvolto' di nuovo l'angolo presso Capo Horn (mai sentito della fama di gran cornutoni degli argentini e dei cileni che vivono nella Terra del Fuoco ? No ? Neanche io, comunque la toponomastica non e' un' opinione), dove incontro' Magellano e Drake che facevano a botte per stabilire chi fosse stato il primo a passarci (la vecchia tradizione marinaresca del "te meno tanto finche' non mi dai ragione"), continuo' su' per l'Atlantico, giro' a sinistra presso Terranova e si inoltro' nella Baia di Hudson. Qui, quando ormai era ad un paio di remate dal Polo Nord, decise che in fondo non gli interessava poi tanto di arrivare al Polo, e poi non voleva privare Spencer Tracy della fama futura che avrebbe raccolto con il suo "Passaggio a Nord-Ovest", visto che poi nel film sarebbe apparso anche lui, e Marco credeva che un tale anacronismo non sarebbe passato inosservato neanche ad Hollywood). Cosi' decise di tornare sui suoi passi (o sulle sue correnti, o remate, o come vi pare). Se proprio doveva scegliere un posto dove fermarsi, beh, allora tanto valeva fare una pausa in Catai, dove si mangiava davvero bene (in fondo Cook godeva di un minimo di credibilita', non per niente poi fondo' una banca, di credito appunto, internazionale che sopravvive fino ai nostri giorni, eh, il buon Thomas... che un pochino si approfittava delle splendide donzelle che venivano a chiedere un prestito, in onore al suo nome proprio, Tommaso, usava accoglierle con un esplicito: Se non tocco, non credito...). A questo punto occorre fare una digressione. Nel Catai era successa una tragedia: erano scomparsi gli spaghetti. Si, proprio cosi', uno stregone mongolo aveva scavalcato la Grande Muraglia (ovviamente nottetempo) ed aveva fatto scomparire gli spaghetti da tutte le pentole cinesi. Questi erano disperati, non sapevano cosa mangiare, avevano perso il riso (no, non era sparito anche quello, erano semplicemente tristi da morire... di fame). Quando Polo sbarco', volle essere introdotto al regnante cinese perche' credeva di avere la soluzione. Si fece portare una pentola dove erano a bollire gli spaghetti e, miracolo, pesco' una bracciata di spaghetti di soya !!! Lo stregone mongolo infatti non aveva fatto veramente sparire la pasta, ma aveva usato un trucchetto da maghetto di serie B, da prestidigitatore, da Silvan insomma: nello spazio di una sola notte aveva passato in rassegna tutte le case dove si stava cucinando, ed aveva sostituito gli spaghetti "regolari" con spaghetti di soya, che diventano invisibili in acqua dopo soltanto un paio di minuti di cottura. Ecco cosi' che miliardi di mandibole cinesi ripresero alacremente a funzionare. Ed a Polo, quale premio, fu offerto di diventare in vero scopritore degli spaghetti, e primo importatore ufficiale e rappresentante per l'Europa. Dopo un leggero spuntino a base di chop suey ed involtini primavera, il nostro riparti' e torno' a Venezia, dove visse felice e contento' fino alla sua dipartita (uno spareggio in due partite, andata e ritorno, tra Mestre e Venezia per la permanenza in serie A). Altro cibo che grande seguito ha avuto anche nella cucina moderna viene dal lontano e civilizzato Regno Unito che, a dir la verita', nei secoli non e' mai stato cosi' unito come puo' sembrare. Grandi differenze dilaniavano il cuore della grande isola; differenze culturali, religiose e culinarie. Alla grande raffinatezza delle "volpi in salmi'" inglesi (non mi dite che erano lepri, perche' io non ho mai sentito un inglese fare la 'caccia alla lepre'), si contrapponeva la truculente cucina degli highlanders. Tant'e' che nella meta' del XVI secolo, la dolce, acculturata, longeva e vergine Elisabetta I decise di donare una sua personale ricetta ai ribelli scozzesi. Allenata nei gusti succulenti dalla sorellona Maria (di cui pero' non condivideva il trend religioso. Infatti mentre Maria, per le amiche Mary la Cattolica, per le nemiche Bloody Mary (che diede il nome ad un noto cocktail, ma questa e' un'altra storia) era per l'appunto cattolica e perseguitava i protestanti, Litz era Protestante e mandava a morte i cattolici), Elisabettina preparo' un poltiglione sanguinolento che rappresentasse le tradizioni e non solo del suddito popolo suddetto. Il poltiglione era cosi' composto: una pecora, spezie varie, frattaglie scozzesi; nel primo esemplare queste appartenevano alla fuggitiva Maria Stuart (o Stuarda quando lavorava in aereo): i gonnellati pensarono che scozzesi fossero le pecore stesse e continuarono a cucinarlo con tali. Restava solo il dubbio del nome da dargli. Naturalmente doveva essere qualcosa di pratico, nazionale e possibilmente poco costoso. Un simpaticone barese, assaggiato l'intruglio esclamo "Ma ci ha chiss'? 'St'nghimm'ridd' fasc'n' sckif'!" "What's?" "C'hia Chiss!". Naturalmente i Tartanati erano rozzi e non capirono l'idioma e lo confusero con il vero nome del piatto: l'haggis. Ai nostri tempi, un pronipote di quelli che per primi provarono l'essenza della Scozia, ne hanno ricavato una versione piu' compatta e veloce da preparare ma che conserva l'idea del piatto del tempo che fu. Il signore e' un nobile il cui nome pare essere Donato (o Donald per gli amici, con il prefisso Mac nelle ricorrenze ufficiali). Ma questa e' storia moderna. Saluti, Peppe, Andrea e Carlo (eventuali nuovi sviluppi durante lo svolgimento del Northern IHU Charter Meeting)