Da: Rick Sabbadini Oggetto: RICKEIDE (4) Data: lunedì 27 luglio 1998 22.08 RICKEIDE: 4ta puntata Riassunto delle puntate precedenti: Cap sostiene di aver visto la misteriosa creatura che ha disturbato il gregge di Luther che, nel frattempo, viene da questa derubato del pranzo. Riccardo il campanaro lasciò la corda che governava la campana detta "la Giusina", da nome della Principessa del Monte Calleri che la donò al Paese in segno di festa in occasione del suo fidanzamento con Fabrizio Galli, il quale, nonostante stesse per diventare Principe anch'egli, preferiva continuare a svolgere una vita più modesta, guadagnandosi il pane lavorando come garzone, come abbiamo già avuto modo di vedere, nella locanda dell'Orso Grigio. Il campanile era stato fatto erigere secoli prima, da Carcarlo De'Quartis, dopo il suo ritorno dalle Crociate. In stile goticheggiante, era alto una trentina di metri e aveva un balcone panoramico in prossimità della cima, da dove si poteva godere una vista impareggiabile sulle terre circostanti. Attorno alla balaustra stavano mostri orrendi e simboli alchemici d'oscuro significato. Una leggenda narrava che chi avrebbe decifrato il messaggio nascosto in quelle statue e strane decorazioni avrebbe trovato un immenso tesoro: ma nonostante gli sforzi, anche degli eredi, il cui ultimo rappresentante era Carlo Quartararis, nessuno era mai riuscito nell'impresa e quindi si cominciò a pensare ad uno scherzo. Riccardo era un giovane sulla ventina, portava sempre sulle spalle una corta mantellina e i capelli un po' incolti, alla Raz De Gan, per intenderci. Tornato in strada incrociò Silvia. "Ciao Silvia, dove stai andando di bello?" "Sto andando a casa della Signora Crepapelle" "Ah, allora oggi assaggerai la cucina nordica" "Già, era tanto che me lo aveva promesso, chissà cosa mi avrà preparato..." La giovane ragazza, che era ancora in cerca della sua anima gemella, per quanto si dicesse in paese che i suoi frequenti viaggi nella capitale del Regno delle Terre di Mare non dovevano essere troppo casuali, e che laggiù doveva esserci qualcuno che aveva fatto breccia nel suo innocente cuoricino, era corteggiata da tutti i giovani del paese, e non c'era nessuno, neanche tra quelli di più antica data, che non avesse piacere di fermarsi e fare quattro chiacchiere con lei. Anche Riccardo era uno di questi, e provava per lei molta simpatia, mostrandola con quel genere d'attenzioni che si é soliti fare con le persone che si vogliono bene. Il suo era, insomma, un amore platonico, ma tanto gli bastava, pur di poter essere vicino a quella giovane dagli occhi celestiali. "Senti, stasera vieni a fare filò?" "Non lo so, dipende. Vedremo... Adesso devo andare, ciao". Riccardo si sentì come se qualcuno gli avesse dato da bere dell'aceto al posto del vino. Il giudice Biso vide uscire ALM dal suo laboratorio e lo raggiunse. "Si studia, eh? Anche in una bella giornata come questa?" chiese all'amico "Lo studio è importante, e mai si smette di imparare." "Ancora a cercare di capire quei simboli sulla torre, vero? Ma se sono secoli che nessuno ci riesce. E' un scherzo, sveglia! Fuck!!" "Se fosse uno scherzo sarebbe uno scherzo ingegnoso: tutto sembrerebbe quadrare, ci sono precisi riferimenti a oggetti e luoghi. Ma non riesco a metterli insieme!" Angela stava preparando il pranzo, ed era attorniata, come al solito, da una miriade di micini affamati. Posò in terra un paio di scodelle e i felini, prontamente, si gettarono sul cibo. Poi preso lo scolapasta versò in un capiente contenitore la spaghettata alle vongole. Il fumo del vapore disegnava in aria fatue immagini che, lentamente divenivano altre figure, dissolvendosi alfine in un profumino celestiale. Messer Peppe, cui si doveva l’approvvigionamento dei prelibati frutti di mare, era in tavola, pronto a degustare la specialità della casa. “Sembra un giorno di festa, quale onore! Signora Angela, lei mi vizia” fece il Peppe, leccandosi i baffi. “Ogni volta che io ho ospiti in casa è per me un giorno di festa; e lo è ancor di più quando posso offrire loro quanto la mia passione per l’arte culinaria mi permette di offrire. E poi lei è una persona così importante…” “Troppo buona..” “La pasta?” “No, lei che mi fa di questi complimenti…” “Vuol forse dire che la mia pasta non le piace?” “Ma cosa dice? La pasta è buonissima. Vorrei solo un po’ di vino, grazie” Fabrizio, Marco Mc Mecches, Dina e Cristina avevano deciso di pranzare al sacco, e si erano accampati sulla riva del torrente. Dal fagotto presero una forma di formaggio, del salame, qualche scatoletta di tonno e alcune pagnotte, che divisero amichevolmente, fra frizzi, lazzi, e molti fuck. Rick invece aveva deciso di non pranzare. Si sentiva ancora agitato per via di quella storia con l’infermiera e aveva ancora del nervoso in corpo da sfogare. Strimpellò alcune note alla chitarra, rapidi accenni canzoni di Ligabue, Pink Floyd e Nirvana, in un crescendo di rabbia mancò poco che la distruggesse, scaraventandola a terra o contro una parete; ma sarebbe stata un’ingloriosa fine per quel povero strumento. Prese perciò a correre per il paese. Passò sopra il ponte sul torrente, quindi svoltò a sinistra, dirigendosi verso la casa di Vincenzo Carnozzo. Il pero aveva da tempo perso i suoi fiori, e adesso stavano iniziando a maturare i primi frutti. Non si fermò vicino alla staccionata, per rubare un frutto, come avrebbe fatto (e tutti facevano) in un qualsiasi altro giorno, ma proseguì. Sfrecciò davanti all’edicola, dove erano esposte le prime pagine dei giornali del mattino, quindi uscito dal paese iniziò a rallentare, accusando i primi segnali di stanchezza. Trecento metri tutti di corsa non erano roba da poco. Camminando iniziò la salita al pascolo, dove Luther stava in quel momento svegliandosi. Prese la sacca delle provviste e, richiamato con un fischio il gregge, decise di portarlo un po’ più in quota. Il sentiero passava vicino ad un costone di roccia molto friabile, perciò il pastorello fece molta attenzione al suo gregge; e per evitare che qualche pecora decidesse di suicidarsi camminava sul lato del sentiero più esterno, quasi in coda al gregge stesso. Un’aquila lanciò il suo grido; un missile piumato attraversò il cielo ghermendo una serpe, il pasto per i suoi due piccoli aquilotti. Rick, pur immaginando che Luther stava muovendo il gregge per cambiare pascolo, non affrettò il passo ma, anzi, di tanto in tanto si fermava per contemplare il panorama. Sotto di lui lo spumeggiante torrente Splash pareva latte, e il bosco che abbracciava il paese, animato dalla leggera brezza, pareva salutarlo. Dall’alto poteva ammirare tutto il paese, e anche la brillante punta dorata del campanile, che in quel momento disegnava un’ombra sui tetti del municipio. Trevi aveva finito il suo pranzo, e prima di fare la siesta pensò a quanto erano belle le rondini che volteggiavano, rincorrendosi, nel cielo. Si sdraiò sull’amaca, all’ombra di due querce. Per nulla sorpreso sentì qualcosa di umido colpirgli il viso. Ammo Stefano stava trastullandosi con la sua famiglia. Da poco era arrivato il piccolo Jonathan, al quale avevano deciso, già così piccolo, di farglielo a fette, con la storia dell’igiene. Un po’ tutti in paese avevano arricciato il naso, pensando che il piccolo avrebbe magari poi sofferto, da grande, una certa forma di timidezza, o di discriminazione. E c’era anche Don Simone, che di quel genere di attrezzi pareva avere un’ottima conoscenza, criticava. Sosteneva che era una inutile crudeltà, un’usanza ebraica pericolosissima, nel caso qualcuno avesse creato un Adolf “Dolly” Hitler, agitando i fantasmi di un passato carico di lutti e atroci sofferenze. Ma tutto si placò quando qualcuno fece spargere, ad arte, la voce che così ridotto era più bello a vedersi e che le donne ne erano più soddisfatte. Don Simone a quel punto diede la sua benedizione, e per solidarietà si sottopose anch’egli alla veloce operazione. Ammo Jonathan, gatton gattoni, raccolse la palla lanciatagli dal babbo con le mani. La sfera di cuoio a pentagoni neri ed esagoni bianchi non era neanche da un decimo di secondo tra le manine del piccolo che, subito, come il lampo segue il baleno, s’udì alto un fischio: era il Giudice Biso che fermava il gioco e, ordinando una punizione diretta, ammoniva il piccolo giocatore. Inutili le proteste del babbo. La replica del severo arbitro era ancora più determinata: “E non dica che e’ il portiere: perché il fallo era fuori dall’area e in quel caso avrei anche dovuto cacciarlo fuori. Quindi mi ringrazi. E stia calmo, e non alzi la voce, sennò va subito a farsi la doccia!!” La creatura, intanto, osservava il Rick muoversi nel fitto del bosco. Lo seguiva, lo studiava. Vedeva che non era molto alto, tutt’altro. Vedeva che non era molto forte, tutt’altro. Cercava di capire se poteva avere probabilità di successo se lo avesse attaccato. Nel silenzio, meditava un delitto. (continua) -- Riccardo "Rick" Sabbadini ************************* E-mail: mailto:sabbadin@fileita.it - ICQ # 12960341 Home Page (in costruzione): http://www.tempolibero.com/user/sabbadin